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Chi scrive è pervenuto all'idea del condividuo dopo avere ridotto l'identità a una questione di mera rappresentazione, da cui prendere le distanze, e dopo essersi inoltrato sul terreno delle somiglianze. Avendo delineato di recente le tappe di questo percorso (Remotti, 2021, 199-208), qui ci si limita a una sintesi succinta. In diversi scritti che potremmo definire «pre-critici» la nozione di identità era stata usata in maniera del tutto «normale» e a-problematica (come avrebbe detto Thomas Kuhn), ossia come un concetto su cui la comunità scientifica di appartenenza esprimeva e tuttora esprime un diffuso accordo.
Il saggio Contro l'identità (Remotti 1996) ha dato avvio invece, nella biografia intellettuale dell'Autore, al suo «periodo critico». Accanto alla tesi dell'irrinunciabilità del principio identitario, ci si era preoccupati di porre in guardia contro l'uso unilaterale di questo concetto: «L'identità è in effetti un'esigenza irrinunciabile; ma di «sola» identità si muore» (1996, 57). Sia sul piano concettuale, sia sul piano pratico si era intravista l'importanza dell'alterità e si era sottolineato il suo nesso dialettico con l'identità: «l'identità […] è fatta anche di alterità» (1996, 63). Il cannibalismo tupinamba veniva infine portato come esempio particolarmente convincente, oltre che inquietante, di questo connubio forte e inestricabile (dunque, per avvalerci di sigle, non più soltanto ID, e nemmeno soltanto ID/ALT, ma ID + ALT).
Con L'ossessione identitaria (Remotti, 2010) si era presa invece un'altra strada. A seguito di una lettura attenta di David Hume, l'identità veniva intesa come una finzione, un'illusione, un mito, per giunta pernicioso, che si sarebbe venuto a formare in una tradizione di pensiero tipica della civiltà occidentale: un pensiero