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Iprimi studi sul concetto di«Identità» in ambito psicologico risalgono alle riflessioni di W. James (1890), studioso che molta influenza ha avuto sulla psicoanalisi nordamericana. La ripartizione in tre aspetti dell'identità individuale inserisce questa in un ambito di riconoscibilità da parte dell'altro: vi è un self materiale che ha a che fare con il modo abituale e caratterizzante con cui ci presentiamo al mondo esterno, un self sociale, che attiene al riconoscimento che si riceve dal mondo sociale di appartenenza, e un self spirituale, cioè l'identità psicologica: «l'essere interiore, o soggettivo, di un essere umano» (1890, 297). Questa visione dell'identità umana non è tanto distante dalle concezioni che sono state formulate in ambito psicoanalitico in anni relativamente più recenti. Nelle opere di Freud il termine identità non compare mai, tranne che in un piccolo riferimento alla «identità ebraica». È Erik H. Erikson (1950) il primo psicoanalista che affronta in maniera organica il tema dell'identità. Il suo concetto di senso d'identità dell'Io pone al centro dell'attenzione clinica la soggettività e le esperienze che questa fa, come suo elemento distintivo: «Il senso di identità dell'Io… connota tanto una persistente coerenza con sé stessi… che una persistente condivisione di qualche carattere essenziale con altri». Sempre ad Erikson, che presuppone, sulla scia di Hartmann, una autonomia funzionale dell'Io dalle pulsioni, si deve anche la differenziazione fra il concetto di Io, inteso come Io riflessivo, ed il concetto di Sé inteso come autoconsapevolezza di sé. L'Identità si pone come tentativo di ricerca di concordanza fra l'Io interiore ed il Sé, espressione questo di una esteriorità. Questa concordanza viene definita come «capacità di sintetizzare l'immagine che ho di