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«Qualche cosa avvenne durante la seduta - i fatti in sé della seduta. Quali siano i fatti “in sé” della seduta non si potrà mai sapere; quindi li indicherò con il segno ‘O’» (Bion, 1965, 31). ‘O’ is a fact, diceva Bion, ‘O’ è un fatto. ‘O’ non è quel che si dice su ‘O’; si tratta piuttosto di ciò che ‘O’ è effettivamente, ovvero dell'esperienza vissuta in seduta. Certo, ci sono i legami tra le parole e le cose, legami vitali per le trasformazioni psichiche, ma il gap rimane comunque in modo ineliminabile, ineffabile, necessario, nonostante tutti i sofisticati tentativi di mettere il più possibile le parole in contatto con le cose. ‘O’ rimane inconoscibile. Ora, secondo Bion, di fronte ad ‘O’ possono essere assunti, da parte dell'analista, una serie di atteggiamenti: lo si può conoscere con la testa, per così dire, senza viverlo, utilizzando il proprio impianto difensivo; vi si può entrare in rivalità, convincersi quindi che c'è qualcosa di meglio che affrontare il dolore, come ad esempio una realtà superiore; oppure, infine, si può diventare ‘O’ risuonando all'unisono con esso (Bion, 1970; Ciocca, 2014).
L'ultimo Bion, quello ‘mistico’, «poco conosciuto e ancor meno capito» (Ciocca, 2014, 2) mette l'esperienza di ‘O’ al centro delle sue esplorazioni. Parliamo del periodo successivo al 1968, in seguito al suo trasferimento in California, che durò circa un decennio, fino al 1979, anno della sua morte. Solo ora, grazie ad alcune preziose testimonianze, è possibile comprendere meglio alcuni aspetti finora rimasti poco illuminati dell'opera bioniana. Ecco, L'eredità di Bion permette di fare un passo in avanti in questa ricerca. L'opera è postuma, pensata da A. Ciocca, che aveva concordato con gli autori le tematiche del volume, riuscendo ad apprezzare la stesura di alcuni contributi, nonché a comporre il capitolo 1 intitolato Bion come clinico. Gli autori, M.P. Chiarelli, D. Cataldi, I. Baldacci, A. Ginzburg, W. Procaccio, S. Oliva, R. Esposito, F. Cieri, dedicano l'opera