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Non voglio semplicemente riassumere i contenuti di questo libro intenso e profondo di Angelo Macchia, per lasciare a chiunque lo legga la possibilità di scoprirli in una versione personale e originale. Proverei invece a dialogare con alcuni degli infiniti pensieri e degli infiniti stimoli che sono offerti dall'autore.
Così, già a partire dal titolo: Tracce mute. Sull'ineffabile nella relazione analitica, mi sono immediatamente trovato in consonanza intellettuale e affettiva con questo bel libro di Angelo Macchia.
Perché è vero, la relazione analitica è ineffabile. Etimologicamente, è qualcosa che «non si può adeguatamente descrivere o esprimere con le parole» e che «può essere riferito, con valore superlativo a sentimenti, stati d'animo, qualità spirituali particolarmente intense e indicibili». L'ineffabile è per sua natura affine alla riflessione, all'intuizione del non detto, alla voce del silenzio e alla notte.
Freud stesso (1899) aveva intuito l'esistenza di dimensioni dell'esperienza psichica che sfuggono o sono sfuggite alla presa del simbolico e a qualsiasi possibilità di rappresentazione. E se di fronte all'ombelico del sogno e all'Unerkannte l'interpretazione, l'attrezzo per eccellenza dell'armamentario tecnico dello psicoanalista, rivela i suoi limiti, come si può intercettare l'ignoto oppure come si può dar voce a quell'indicibile che Angelo Macchia raccoglie come sfida per la clinica psicoanalitica contemporanea?
L'autore ci dice che innanzitutto «è destinato a ripetersi nel transfert in attesa di trasformazione» come memoria implicita, cometraccia muta. Tempo fa io avevo usato l'immagine dostojevskiana di «memorie del sottosuolo» (Manica, 2013) da trasformare in «memorie del futuro».
Senza dubbio questa affermazione di Angelo Macchia, anche se apparentemente improblematica, implica già una prima estensione della teoria psicoanalitica