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Una sera d'ottobre in anni diversi del '900 Freud, Jung, Picasso, Einstein, in compagnia di altri brillanti fisici, e infine Bion sognarono uno stesso sogno. Domenico Chianese ci invita a immaginare in questo modo le affinità di pensiero e ricerca che intercorrono tra gli esponenti di maggior genio del secolo scorso in ambiti così apparentemente differenti. Ciò che interessa all'autore è rintracciare quanto ognuno di essi abbia pensato nella propria disciplina, l'esperienza dell'uomo nel mondo come una relazione, nella quale reciprocamente l'uno informa l'altro senza soluzione di continuità e così facendo dà forma a sé stesso.
Questo moto perpetuo di metamorfosi reciproche uomo - mondo riguarda il soggetto a contatto con la natura vivente e non, che comprende la cultura umana e lo stesso mondo interno: la psiche.
Negli ultimi anni della sua vita Freud (1938) si appuntò questa breve riflessione: «Lo spazio può essere la proiezione dell'estensione dell'apparato psichico… La psiche è estesa, di ciò non sa nulla».
Chianese sembra partire da quest'ultimo Freud per volgersi alle estensioni della psiche innanzitutto attraverso il sogno; tema già caro all'autore nei suoi precedenti lavori, che fa convergere immediatamente la prospettiva sul lavoro psicoanalitico che nel sogno ha il suo centro.
Ma cosa racconta quel «lungo sogno» di sere d'ottobre, sognato da più sognatori, catturati da pensieri così diversi in luoghi tanto distanti: di uomini che furono animali, di caverne dipinte e pietre scolpite, di Inferi, di cortei di genti venute dall'Oriente, di recite, maschere e spettatori, di un uomo e una donna (ma potrebbero essere anche due uomini o due donne), uno parla, l'altro ascolta e di nuovo arrivano altri uomini giunti da terre lontane, e gli sguardi si posano su tele dipinte quando un'immensa e terribile luce compare quasi a svelare il senso del tutto.
Attraverso un procedere prettamente analitico Chianese scompone le immagini del sogno, dedicando a ciascuna un paragrafo in