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Nel momento in cui mi accingo a scrivere quest'editoriale l'Europa e il mondo intero stanno vivendo un momento di estrema turbolenza. Ancora non superata la pandemia del Covid 19, ci troviamo invasi da immagini e notizie di una guerra che si consuma non distante da noi con l'invasione dell'Ucraina da parte dell'esercito russo. Colpisce la convergenza delle modalità di comunicazione del mondo mediatico con tutta la sua portata di innovazione fortemente impattante nella nostra quotidianità e la cruda ripetizione di scene e contesti che rimandano ad un'idea di guerra che si pensava non potesse riproporsi in questa forma storicamente nota. Allo stesso tempo all'orizzonte si muovono fantasmi di fine del mondo relativi alla possibilità di un uso irresponsabile delle armi strategiche nucleari.
Chi appartiene alla mia generazione non può che fare connessioni e collegamenti con gli anni Sessanta e la crisi della Baia dei Porci e dei missili a Cuba quando, allora ancora bambini o quasi, respiravamo l'angoscia pesante dell'eventualità che il nostro futuro ci riservasse scenari apocalittici di distruzione totale. Situazioni che avevamo vissuto, e da cui eravamo stati ‘toccati’, nei racconti della serie televisiva fantascientifica ‘Ai confini della realtà’ che, in alcuni episodi, descriveva una condizione di vita ai confini dell'umanità con caratteri assolutamente estranianti e forieri di una grande inquietudine. È qualcosa di estremamente perturbante, come recita l'ultimo editoriale del numero di Limes La Russia cambia il mondo: «Il solo discettare di bombardamenti nucleari quasi fossero chiacchiere da bar è un danno irreparabile. Banalizzare l'impensabile (mia evidenza), volgere in condizionale l'arma definitiva esclude il ragionamento. Abbrutimento collettivo che pagheremo comunque finisca il conflitto in Ucraina» (Caracciolo, 2/2022, 9).
Forse non è un caso che proprio in quegli anni Bion pubblicò Esperienze nei gruppi (1961), il testo più significativo della sua teorizzazione