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Siamo molto lieti che con questo numero della Rivista di Psicoanalisi nell'area «Ricerca e metodo» si possa affrontare il tema della ricerca empirica dopo il primo importante contributo apparso nell'ultimo numero del 2021 che riguardava l'area della ricerca concettuale. Come già osservato da Alfredo Lombardozzi nel precedente numero è necessario che la ricerca in psicoanalisi vada pensata come unitaria essendo aperti al confronto tra teoria e clinica in un rapporto biunivoco.
La tesi dello junktim, ossia del legame indissolubile tra attività clinica e ricerca è, tuttavia, diventato assai più complesso dai tempi di Freud, con il rischio che la diversità tra le varie teorie crei una Torre di babele, come Wallerstein (1988) ha da tempo segnalato nel suo saggio intitolato non a caso One psychoanalysis or many? Negli anni Ottanta, come scrive Giovanni Foresti, vi è stata una svolta nella ricerca psicoanalitica che ha messo in discussione «la politica dell'indipendenza scientifica della psicoanalisi» inaugurando una serie di innovazioni che hanno riguardato: a) la verifica empirica delle ipotesi psicoanalitiche tradizionali; b) la possibilità di collaborazione scientifica con le discipline che hanno oggetti di ricerca simili alla psicoanalisi (antropologia, linguistica e più recentemente neuroscienze); c) il rinnovamento della ricerca clinica e la riscoperta della ricerca concettuale, resa possibile dal lavoro di ripensamento del materiale clinico osservato durante sedute individuali e/o di gruppo (Foresti, 2013, 144-145).
Questo movimento è ancora in corso ed è oggetto di un dibattito serrato in cui accanto alle aperture vi sono anche le riflessioni critiche rispetto a possibili fughe in avanti. Non a caso Marianne Leuzinger-Bohleber e Mary Target osservano a proposito dei risultati della psicoanalisi: «La ricerca in psicoanalisi sembra