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Il materiale che l'autrice ci presenta è ricco e complesso, e si presta a molte letture. Ho scelto di guardarlo immaginando di discuterne con lei nella funzione di co-osservatore. Questa posizione mi è stata suggerita proprio dalle caratteristiche del materiale, che appartiene a un setting variegato e l'autrice stessa lo presenta come un intervento di «prevenzione». Intendo qui l'osservazione come un entrare in relazione con il materiale presentato, lasciando aperto il nuovo che emerge, e in particolare dando risalto a quello che Borgogno (1984) chiama «il disturbo», come indicatore di problematicità e perno dell'osservazione.
Considero quest'ultima come un lavoro di raccolta di quegli elementi che hanno risuonato di più in me come maggiormente significativi, pennellate che mi aiutano a definire un po' il quadro che abbiamo di fronte, scoprendolo mentre si va formando.
Penso che un lavoro su aree multiple, come questo, richieda da parte dell'analista un assetto interno molto solido, per tenere il focus sull'oggetto, ma anche orientato a legare e coordinare la complessità degli elementi che emergono, tollerando la sfocatura delle sovrapposizioni.
La difficoltà di questo modo di guardare sta nel muoversi tra questa posizione di focus definito: «il bambino e la migrazione», e dall'altro nel lasciarsi attraversare appunto dal «disturbo», non dando troppo spazio a un'ansia di interpretazione che richiede subito l'individuazione di un significato.
Si tratta di un bambino di seconda elementare, che presenta problemi di aggressività, scarso apprendimento, disagio sociale. La risposta ambientale è stata immediatamente molto intensa: alcuni genitori hanno spostato i figli dalla classe, mettendo in atto la costruzione di una barriera (che ci ricorda tanto i muri ai