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Il caso di Julio, presentato dalla collega De Vita, è molto suggestivo e denso di spunti; io ne coglierò solo alcuni, organizzando le mie riflessioni lungo tre filoni ben precisi. Il primo è quello relativo all'utilizzo, da parte della collega, di un setting di osservazione e ascolto peculiare. Il secondo filone nasce da un'immagine suggerita dall'analista che tratteggia Julio come un bambino «cresciuto in istituto»; il terzo prende spunto da una meta-osservazione dello scambio dialogico che si dipana progressivamente nel corso degli incontri fra il bambino e l'analista.
In particolare, sul piano del setting, la vicenda di Julio mi ha riportato alla memoria un momento particolarmente piacevole della mia storia personale e professionale. Sto pensando al periodo di metà anni Ottanta - primi anni Novanta, quando la pratica clinica della neuropsichiatria infantile era profondamente informata dal pensiero psicoanalitico e trovava in personaggi come Marcella Balconi, Giovanni Bollea e Adriano Giannotti i suoi mentori principali. Erano quelli gli anni in cui - pur essendoci meno dati empirici sui quali contare rispetto ad oggi - era già in atto un importante cambiamento di paradigma rispetto all'origine relazionale della psicopatologia.
La svolta della psicoanalisi italiana infatti - iniziata negli anni Settanta sulla base della rivisitazione dei contributi di provenienza britannica pubblicati nei decenni precedenti - fu segnata da una rielaborazione originale dell'intuizione che lo sviluppo dell'individuo si realizza non tanto per via di processi maturativi interni ma piuttosto interpersonali: la crescita e il formarsi delle funzioni psichiche dipendono cioè dal tipo e dalla qualità dell'incontro intersoggettivo. Negli anni successivi, apertasi la via sul mondo interno e sui livelli primitivi dell'esperienza affettiva e