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Già a partire dal titolo, il libro di Giacomo Gatti parla della sua esperienza professionale di psicoterapeuta nel campo della psicosi e ci ripropone un'antica riflessione di Sigmund Freud, poco ripresa dagli psicoanalisti dopo di lui.
Nella pagine di Analisi terminabile e interminabile del 1937, Freud, a proposito di uno dei suoi casi clinici più conosciuto, L'Uomo del Lupi , scrive: «[…] più di una volta […] il suo benessere è stato interrotto da attacchi morbosi che sono stati intesi - e non potevano essere intesi diversamente - come estrinsecazioni della sua “persistente nevrosi”».
Freud riconosce così la necessità di ridiscutere la condotta clinica consolidata, di fronte alla psicopatologia che egli chiama «persistente». Poco più avanti, Freud si chiedeva se «mediante l'analisi si potesse raggiungere un livello di assoluta normalità psichica, al quale, per di più, fosse lecito attribuire la facoltà di mantenersi stabile […]. Interrogheremo prima l'esperienza affinché ci dica se di fatto una cosa simile si verifica, e poi la teoria per sapere se in generale ciò è possibile» (1937, 501).
Gatti raccoglie l'invito di Freud e interroga la sua lunga esperienza personale. Il suo libro è una lettura che aiuta gli analisti nel tentativo di capire se: «[…] la forza costituzionale delle pulsioni da un lato, e il fatto dall'altro che l'Io, nel corso della lotta difensiva, ha subito una alterazione svantaggiosa, nel senso che è stato distorto e limitato» (1937, 504). Quali sono le cause che pregiudicano l'efficacia dell'analisi e che possono impedire la cura completa del paziente?
Scrive Gatti: «D'altra parte in che cosa consiste l'approccio psicoanalitico? Soltanto nell'interpretare, senza riguardo per la struttura psichica nella sua complessa globalità e per il rapporto emotivo che il paziente è in grado di stabilire con il terapeuta? Certamente no». Poi aggiunge che da tempo la ricerca psicoanalitica si è concentrata su: «altri elementi fondanti […] rivalorizzando il conteni