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L'autore segue i percorsi della violenza all'interno del setting in una situazione terapeutica sottesa da un continuo stato di allarme (di eliminazione?) non meglio definibile. Ipotizza incistamenti di distruttività in parti del corpo del paziente come tentativo di evitare un suicidio totale. Si interroga se una sorta di «non comprensione» controtransferale dell'intensità della violenza abbia contribuito, più o meno protettivamente, alla continuazione della relazione terapeutica e al rimanere in vita della stessa e dei suoi protagonisti.
PAROLE CHIAVE: Psicosi, distruttività, corpo, «non-comprensione» controtransferale, suicidio.