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Èun piacere per me recensire questo lavoro in cui gli autori si muovono su di un terreno inesplorato intrecciando il loro percorso professionale e di vita, confrontandosi con gli accadimenti che la realtà ha messo loro di fronte. Ritengo che sia stata necessaria una certa dose di audacia, non solo e non tanto per parlare di psicoanalisi da remoto quanto per prendere posizione rispetto a questo trattamento un po' nuovo e un po' diverso, incredibilmente arduo, che avrà un impatto sulla nostra identità come psicoanalisti.
Gli autori non si limitano a parlarci di clinica a distanza come l'inevitabile conseguenza della pandemia in atto e che in molti considerano uno strumento di second'ordine, venuta fuori dalla spinta della Legge e come un modo per evitare il contagio, ma la ritengono uno strumento pienamente ascrivibile tra le risorse dello psicoanalista che, per sperimentarlo, necessita di tutto il bagaglio di «expertise professionale» a sua disposizione.
Il libro è un lavoro a più autori che si confrontano con la clinica da remoto durante le fasi iniziali della pandemia da Covid-19, tema su cui la psicoanalisi e gli psicoanalisti hanno iniziato a confrontarsi.1
Nel giro di pochi giorni dal paziente 0 l'Italia entra in lockdown. Siamo esposti ad un pericolo invisibile e costretti a una limitazione delle libertà personali. La nostra vita è stravolta nelle abitudini, nelle relazioni, negli affetti.
Come persone ci siamo trovati in una condizione emergenziale, sguarniti di strumenti concreti e psichici, iniziando a considerare la condivisone dello spazio come possibile fonte di contagio. Come analisti siamo stati immersi in una situazione di precarietà, chiamati a decidere come poter proseguire il lavoro analitico senza arrecare danno ai pazienti e a noi. C'è chi ha sospeso l'attività clinica, chi ha continuato in presenza, chi ha scelto il remoto.