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«Questo non è un libro di psicoanalisi» è l'esordio del proteiforme testo di Laura Ambrosiano, che evoca con una prima pennellata magrittiana un'Arte che interroga il reale, confondendo le nostre aspettative e facendoci accostare al testo con curiosa perplessità. Si tratta di una collezione di riflessioni che prendono le mosse dal ricco mondo interno ed esterno dell'autrice, una polifonia non sempre armonica, in fieri, e per questo rappresentativa dello sviluppo dell'identità, tenuta insieme dal filo del lavoro del lutto, che, elaborando le perdite e aprendo spazi nuovi, significa e lega. Il filo rosso del testo riguarda «che cosa farsene del trauma» nel processo terapeutico, potendo aprire spazi mentali più ampi, a partire dalla percezione dell'ambivalenza e dalla strutturazione del conflitto interno, fino alla tenerezza come accoglimento dell'alterità.
Il lavoro si apre con una riflessione sull'aspetto traumatico della realtà in quanto inconoscibile, incontrollabile, finita. Il lutto dinnanzi a cui l'essere umano si trova può prendere diverse strade: se riesce a essere elaborato attraverso il lavoro psichico accede a una dimensione di pensabilità e rappresentazione, portando fiducia nella ricerca di significati e salute psichica. Se questo processo non viene attivato, perché viene rigettata la frustrazione creata dall'esame di realtà, l'individuo entra in uno stallo melanconico, luogo del non investimento, area di psicopatologie che vediamo grandemente rappresentate in quest'epoca di paura e sfilacciamenti: non c'è il conflitto, ma nemmeno lo sviluppo della mente.
Con la svolta del '20 Freud propone un ragionamento in termini complementari e non antitetici: nel gioco del rocchetto avviene l'impatto con l'alterità e nell'andirivieni tra pulsione di vita e pulsione di morte, possiamo cogliere il potenziale evolutivo della pulsione di morte, il suo ruolo separante e soggettivante, come si evince dal lavoro del lutto.
Dopo un excursus sul tema della melanconia, che stori