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Lo scorso 10 giugno, nella sede autorevole dell'Istituto Superiore di Sanità a Roma, si è tenuto, dopo il primo incontro del dicembre dell'anno passato a Napoli, il II convegno del Manifesto della salute mentale, il cui tema era: «Valorizzare e potenziare la salute mentale».
Il Manifesto, che intende programmaticamente «la cura nella Salute Mentale come valorizzazione della persona e difesa della democrazia», è una iniziativa che vede la SPI in prima linea e per cui si è molto speso il suo Presidente Sarantis Thanopulos, che ha redatto il testo assieme ad Angelo Barbato, dell'Istituto Mario Negri Milano, ad Antonello D'Elia, Presidente di Psichiatria Democratica, a Pierluigi Politi, Ordinario di Psichiatria all'Università di Pavia, e a Fabrizio Starace, Presidente della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica. Hanno aderito al Manifesto altre personalità che lavorano nell'ambito della salute mentale, tanto «sul campo» a vario titolo, quanto nella formazione e nella ricerca e nella dimensione politico-istituzionale.
Il Manifesto muove dalla presa d'atto che la salute mentale pubblica è in crisi. Testualmente afferma: «La scarsità delle risorse disponibili a fronte di una domanda sempre più crescente di presa in carico e l'adozione frequente di un esclusivo modello biomedico/tecnologico nell'approccio alla sofferenza psichica produce risultati scarsi e deludenti. Quando si perde di vista la prospettiva dell'umanizzazione della cura, si torna alla logica della reclusione delle persone sofferenti in mere esistenze diagnostiche, costruite in funzione di trattamenti farmacologici sintomatici».
In questo scenario, nel quale si pretenderebbe di ragionare in termini scientifici, seppur appiattiti su un'idea della scienza che si vorrebbe di stampo popperiano ma che sembra più improntata ad un rozzo neopositivismo, non sembra esserci spazio per altri contributi. Né per gli apporti epistemologici di Kuhn (in base ai quali la logica delle evidenze della ricerca farmacologica