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L'articolo che segue è firmato da una figura di assoluto valore della psicoanalisi contemporanea. Nonostante vivesse già da tempo in condizioni di salute molto precarie, nella scorsa primavera Jean-Luc Donnet (1932 - 19 ottobre 1922) aveva accettato di scrivere un lavoro su di un tema che ha rappresentato una costante - progressivamente delineatasi come tale - della sua ricerca, ossia il funzionamento dell'Io in relazione con le funzioni ideali e super-egoiche; un interesse che partiva, direi ovviamente, da quello per i suoi fallimenti, ossia, detto in altri termini, dalla psicosi, o meglio dal confronto con la psicosi alla luce della clinica-teoria psicoanalitica.
Sul finire del mese di agosto Donnet ci aveva comunicato (tramite Roberta Guarnieri, sua allieva e amica) di non essere in condizione di ottemperare all'impegno preso; la cecità e l'avanzare dell'età avevano avuto la meglio. Insieme abbiamo però potuto individuare l'articolo, a nostro avviso di grande valore, di cui ora la Rivista di Psicoanalisi propone la prima traduzione italiana.
Membre titulaire formateur della Societé Psychanalythique de Paris, psichiatra, Jean-Luc Donnet, come altri della sua generazione (una generazione di giganti, credo si possa dire, correndo - ma non troppo - il rischio dell'enfasi), aveva incontrato la psicoanalisi nelle stanze e nei corridoi nell'Hopital Saint Anne, a Parigi. L'aveva incontrata per l'appunto nel suo rappresentare uno strumento per provare a fare fronte, orientare e orientarsi, nel dramma delle psicosi e di quei quadri che in quegli anni si cominciava a associare, sempre più spesso, alla condizione del «limite».
Il primo esito di maggior peso di questo confronto di Donnet corrisponde a un'esperienza la cui ricostruzione ne restituisce l'intento pressocché sperimentale: è l'incontro con quel paziente che, insieme ad André Green, lo psichiatra che conduceva il colloquio di cui Donnet fu osservatore, venne poi consegnato alle pagine de L'enfant de ça con l'iniziale