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In un'intervista rilasciata alcuni anni fa a Maria Ponsi, Michele Bezoari, specificava il suo pensiero in merito al tema della ricerca concettuale in psicoanalisi, pensiero espresso in diverse occasioni all'interno del dibattito circa lo statuto epistemologico della psicoanalisi e la specificità della teoria e della prassi operativa psicoanalitica.
Ritenendo tutt'ora giustificato il progetto freudiano di fondazione della Psicoanalisi come scienza empirica, Bezoari chiariva però che «empirica non significa necessariamente sperimentale» e che la verifica empirica delle teorie, ovvero l'osservazione dell'esperienza clinica nello specifico setting dell'analisi, costituiva già per Freud la base dell'edificio teorico.
La stretta interdipendenza tra ricerca concettuale ed empirica è determinata dal fatto che i concetti della psicoanalisi hanno sì origine dalla fenomenologia clinica, ma anche da ciò che può spiegare quella fenomenologia e sono pertanto derivati da una teoria della cura quanto del funzionamento psichico stesso.
Qualunque discorso che abbia come oggetto i termini e le definizioni dei concetti, anche di quelli necessari a descrivere e comprendere la fenomenologia clinica, ha presupposti teorici; come diceva Rapaport: «tanto l'intuizione che il centimetro sono teoria».
Il significato dei termini-concetto è portatore, pertanto, in ogni caso di una teoria, ovvero nel nostro caso di una metapsicologia, dal momento che il presupposto generale della psicoanalisi è l'inconscio. Anche se:
«Potrebbe dirsi, dell'analista e dell'analizzando [che] il linguaggio, apparentemente, è l'unico mezzo di comunicazione esistente. Non di meno, esso è anche l'unica cosa che non sembrano avere in comune, probabilmente perché parlano da vertici diversi» (W.R. Bion, Cesura).
Così la questione del «vertice» cui fa riferimento Bion, quale specifica asimmetria tra paziente e analista, quale salto clinico-teorico, potrebbe costituirsi quale elemento implicito sotteso ad ogni ricerca, riflessione