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M.P. Wallerstein diceva che, se alla base del trattamento analitico c’è la ricerca (search) di una conoscenza che non è nella coscienza, ciò non basta a fare di essa una ricerca (research) basata su metodi sistematici, formalizzati e condivisi. A tuo parere oggi è stato raggiunto un consenso su che cosa debba intendersi per «ricerca» in psicoanalisi?
V.L. In ambito psicoanalitico il «consenso» mi sembra una meta irraggiungibile, e questa è la croce e la delizia della nostra comunità. Diciamo però che, col passare del tempo, alcune posizioni si sono chiarite e forse alcune incompatibilità si sono smussate. Ma altre, inevitabilmente, si sono esasperate. Mi fa molto piacere tornare con te su questi argomenti, esattamente dieci anni dopo che abbiamo scritto insieme, proprio per questa rivista, un articolo intitolato: «L'utilità della ricerca empirica per la psicoanalisi». Dunque, tirando le fila, che dire oggi di «ricerca empirica e psicoanalisi», i due strange bedfellows che hanno segnato la mia storia lavorativa? Intanto che, incrociando le dita, tra un annetto dovrebbe uscire il PDM3, un sistema diagnostico che vuole basare la lettura psicoanalitica anche su dati e conoscenze che provengono dalla ricerca empirica. Ma qui gli strange bedfellows diventano tre: ricerca empirica, psicoanalisi e diagnosi psicodinamica! Tornando alla tua domanda, dieci anni fa pensavo a un rapporto diretto ed esplicito tra psicoanalisi
* Vittorio Lingiardi è Professore Ordinario presso la Facoltà di Medicina e Psicologia, Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute, Università La Sapienza di Roma; Senior Research Fellow presso la Scuola Superiore di Studi AvanzatiSapienza(SSAS);PresidentedellaSPR-IAG(SocietyforPsychotherapyResearch-ItalianAreaGroup);Scientific Director - Research in Psychotherapy: Psychopathology, Process and Outcome.
e ricerca. In questo senso: che i risultati della ricerca incidono sul lavoro degli psicoanalisti. Continuo a pensarlo, ma oggi ritengo che il rapp