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Pochi autori come Thomas Ogden sono capaci di tenere insieme una visione proiettata nel futuro con una salda appartenenza alla tradizione psicoanalitica, come testimoniano i suoi lavori in cui rilegge ed espande alcuni classici della letteratura psicoanalitica (Ogden, 2012).
Le chiavi di lettura del suo ultimo libro mi sembrano: il riconoscimento delle proprie radici analitiche attraverso la differenziazione tra psicoanalisi epistemologica e ontologica, lo stile analitico come strumento di cura e alcune affermazioni, seminate nei vari capitoli con il suo tono quieto e una scrittura semplice, che alla maggior parte degli analisti potrebbero apparire rivoluzionarie.
Sullo sfondo del libro c’è il terzo analitico, il momento dialettico in cui l'intersoggettività della coppia è in tensione dinamica con le individualità di analista e analizzando, ognuno con i propri pensieri, sentimenti, sensazioni legate alla corporeità. La qualità dialogica, l'esperienza del sentire un aspetto di se stessi riconosciuto da un altro per Ogden non deve mancare neanche nei momenti di unisono.
Attraverso la definizione del terzo analitico, Ogden descrive quello che potremmo definire le vicissitudini nella costruzione del «noi». Il processo analitico è dialogico e co-creato continuamente, le disconnessioni e gli inevitabili momenti di non comunicazione sono potenziali opportunità di cambiamenti che possono avvenire attraverso la ricerca della dimensione onirica. L'obiettivo è la creazione di un contesto interpersonale in cui possono prendere vita stati dell'essere che prima non erano immaginabili.
Ogden non lascia spazio a dubbi rispetto al filone teorico clinico che lo guida: la psicoanalisi che lui propone nasce con Bion e Winnicott, l'esperienza del gioco e del sogno, riprodotte in seduta, costituiscono il vero motore del processo analitico, «la cui finalità è scoprire creativamente se stessi… diventare più pienamente vivo, più pienamente se stesso» (pag. 11).
Le origini bioniane del suo pensie