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James Hillman (1926-2011), americano di cultura europea (ha studiato alla Sorbona, a Dublino, a Zurigo dove è diventato direttore dello Jung Institut), psicologo analista junghiano, filosofo, saggista, scrittore, intellettuale cosmopolita.
Hillman concepisce la mente fondata più che sul cervello e sul linguaggio, sulle storie mitiche, con gli dèi come protagonisti che offrono modelli al nostro agire e sentire. Fa l'ipotesi che la patologia abbia il senso e l'utilità di rendere l'essere umano sensibile ai messaggi della sofferenza, e che la salute richieda il lavoro di diventare consapevoli e accogliere ‘i mormorii del corpo e dell'anima'al di là della coscienza, la ribellione per ciò che non è stato ascoltato.
L’anima, concetto già reintrodotto da Jung nella psicologia, per Hillman è quel fattore umano che non solo ci rende unici, ma anche rende possibile il significato, trasformando gli eventi in esperienza. Dobbiamo però coinvolgerci nel mondo per «fare anima» come scrive Keats. Solo alcuni degli innumerevoli eventi dall'esterno prendono vita in noi, ed è l'immagine che lo rende possibile. Dunque possiamo capire il senso delle cose producendo immagini, la materia complessa dell’anima. La psicoterapia deve aiutare a sviluppare la capacità immaginativa, la cui attività si contrappone all'attività finalizzata dell'Io cosciente, e ad elaborare i nostri miti, l'immediatezza dell'esperienza sensoriale, la molteplicità delle nostre prospettive.
L'idea di questo libro, che esce coraggiosamente postumo per volontà di Hillman stesso («voglio che sia il mio ultimo libro, e voglio che esca dopo la mia morte»), nasce nel 2008, momento in cui si sente fortemente spinto a proseguire la ricerca inesauribile sul senso enigmatico dell'immagine e sul suo potere.
In questo viaggio di ricerca Hillman si fa accompagnare, oltre che dalla moglie artista sempre vicina, da un'amica con cui ha già collaborato e con cui instaura un dialogo eccezionale, Silvia Ronchey, tra le altre cose esperta b