You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Il numero 2 del 2023 si presenta con un andamento poliedrico e direi anche originale. Ogni lavoro diviene a mio avviso motivo di riflessione sulla scrittura nel campo psicoanalitico. Forse più che in altri numeri emerge questo elemento che, nella ‘posizione’ postmoderna, sarebbe stato definito in termini di ricerca espressiva della soggettività. Ora stiamo vivendo tempi in cui la dimensione gruppale viene spesso occultata da un'aurea di eccesso di soggettività, che forse potrebbe essere addebitata ad un eccesso di ‘narcisismo’, soprattutto in quei processi che, riprendendo Bion, ci allontanano dalla dimensione ‘socialista’ (Bion, 1992). Non credo personalmente che questo sia da attribuire solamente alla qualità ed alla ‘natura’, se così possiamo dire, delle forme di comunicazione contemporanee, semmai ad una serie di congiunture e di convergenze che implicano, oltre al ruolo dei nuovi media, fattori diversi: economici, di potere, psico-sociali e culturali.
Tutto ciò ci invita ad una riflessione sul senso della scrittura nel nostro campo, come è stato già proposto da chi mi ha preceduto nella direzione della Rivista, seppure in forme diverse. Civitarese (2013) aveva posto l'attenzione sulla necessità di favorire l'originalità di una scrittura psicoanalitica che rappresentasse con piena libertà i diversi modelli di conoscenza teorici e clinici. Marion (2021) sottolineava la complessità del passaggio, in quanto forma di traduzione, dall'oralità, che attiene all'esperienza analitica nella clinica, alla scrittura in quanto assetto comunicativo più definito e circoscritto. Direi che una scrittura soggettiva integrata nel campo del pensiero psicoanalitico come rappresentante di un gruppo di appartenenza possa essere un viatico in termini più generali per la crescita epistemologica nello specifico campo del sapere.
Nel corso del mio lavoro sia clinico che di approfondimento teorico e nella redazione dei diversi numeri della Rivista mi sono fatto l'idea che, affinché un lavoro