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Questi tre articoli, diversi tra loro per tema e stile, hanno qualcosa in comune, che ci ha spinti a raggrupparli in un'unica sezione. Si tratta di scritture personali, forse fuori dagli schemi della classica struttura di un articolo scientifico, cariche dell'intensità dell'esperienza clinica e umana. Scritture in cui si sente l'eco di un'urgenza dell'autore ad addentrarsi nel tema che tratta. Un po' come accade agli scrittori di fiction quando raccontano che è la storia che chiede di essere narrata, e narrata in quel modo.
Il capitolo che chiude Prendere vita nella stanza d'analisi ha un titolo allo stesso tempo provocatorio e precisissimo: «La scrittura analitica come forma di narrativa». Ogden pensa al proprio lavoro di scrittore psicoanalitico come a quello di chi «non sta soltanto creando un'opera d'arte in un particolare genere letterario» (178), ma anche di qualcuno impegnato nel processo di diventare più pienamente se stesso. Con il termine fiction, narrativa, Ogden non pensa affatto che scrivendo noi falsifichiamo il lavoro analitico, al contrario pensa a una scrittura che cerca di trasmettere ciò che è reale e vivo, o irreale e morto dell'esperienza analitica. In una parola la verità dell'esperienza. Una fiction assai più fedele di quanto non lo sarebbe la trascrizione di una seduta.
Seguendo questa linea di pensiero abbiamo pensato di raggruppare alcuni scritti che ci sembrano restituire la verità dell'esperienza degli autori, che troviamo in modo particolarmente vivido ‘diventare più pienamente se stessi’.
Lo fa Carmelo Conforto, che nel suo articolo «Appunti intorno al (non)rappresentato. Ritornando a riflettere sulla psicoanalisi degli stati psicotici» - accompagnato dalle teorie e di autori amati come consiglieri, quali Green, Bion, Levine, Grotstein - si addentra e accompagna a sua volta il lettore nelle corsie (e anche nelle anticamere e negli ingressi, come nel caso in cui ebbe l'intuizione di portare il letto fuori da un reparto per raggiungere un ra