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Il lavoro di Marianne Leuzinger-Bohleber focalizza la domanda che molti psicoanalisti si pongono sempre di più oggi: «che cosa produce il cambiamento?». Ella fa anche riferimento ai processi di ricerca, tema che sempre di più caratterizza la psicoanalisi attuale.
Non mi soffermerò su questo punto date le numerose recenti pubblicazioni in proposito. Molte di esse sostengono, come scrive Colli (2018), che «i trattamenti a lungo termine sembrano avere una sorta di azione «a lento rilascio» dovuto a un cambiamento strutturale nei pazienti, qualitativamente differente rispetto ad altre forme di trattamento (Grande, Keller, Rudolph, 2012) che mette in moto un processo interno di riflessione su sé stessi che determina un cambiamento più lento inizialmente ma che continua nel tempo» (396). Colli aggiunge che tale cambiamento nella struttura di personalità dei pazienti è un fattore protettivo rispetto a possibili ricadute.
Altre ricerche poi, come lo Stockholm Outcome of Psychotherapy and Psychoanalysis Project (Sandell et al., 2000), hanno mostrato come, mentre all'inizio un'analisi di 4-5 sedute settimanali non produceva risultati molto differenti da una psicoterapia a minore frequenza, dopo i 3 anni invece il miglioramento era più persistente e netto.
Un altro punto di questo lavoro mette in discussione alcune concezioni psicoanalitiche sui processi di sviluppo ed esprime perplessità sui compiti ritenuti dalla psicoanalisi classica come fase specifici, ad esempio l'individuazione-separazione del bambino dalla madre, dal caretaker, compito che è stato definito lutto evolutivo. Considerando questo vissuto tipico dei processi adolescenziali, questo periodo
della vita è stato visto da molti autori come una fase traumatofilica, caratterizzata da una tendenza depressiva.
Alcuni risultati delle ricerche menzionate sembrano di particolare rilevanza. Esse sottolineano come non si tratti solo di un processo di individuazione-separazione (come avevano affermato, Mahler, Blos, Jacobso