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Desidero anzitutto segnalare che questo lavoro, come tutti i lavori dell'autrice, riesce a tenere insieme una raffinata competenza clinica con una vocazione alla ricerca: una sintesi rara a trovarsi, da cui può nascere un “terzo” in grado di portare a nuove scoperte e teorizzazioni.
Sul piano del contenuto specifico vado a segnalare e a commentare i punti che mi hanno più colpito.
La definizione del target dell'intervento, l'arresto evolutivo, e lo scopo, quello di «riattivare un processo evolutivo inibito o collassato». Quello che desidero sottolineare è quanto definire in questo modo l'ambito del nostro intervento corrisponda a come in genere noi analisti intendiamo la clinica e i suoi scopi.
Se invece noi accettiamo di misurare l'esito del nostro intervento su categorie psichiatriche, basate sulla presenza di sintomi, rischiamo facilmente di trovarci di fronte al verdetto del Dodo, in cui tutte le psicoterapie risultano avere uguali effetti, e magari non troppo diversi da quelli di interventi farmacologici. Sorprende anzi che l'intervento psicoanalitico, che non si pone come scopo immediato e prioritario la scomparsa dei sintomi - anzi in alcune circostanze essi vengono considerati un utile segnale di allarme - non risulti essere, sotto questo profilo, meno efficace di altri tipi di intervento.
L'entrare nel merito del numero delle sedute, tema poco trattato nella nostra letteratura e nel nostro training, dove in genere si dà per scontato che il numero ottimale
sia 3-4, e che un numero minore sia un possibile adattamento per situazioni particolari, spesso destinato a ricevere denominazioni diverse da quella di psicoanalisi, dall'evidente sapore svalutativo. Qui invece si sostiene che anche l'impiego di un numero «standard» di sedute debba trovare adeguata motivazione. In altri termini, che il numero delle sedute debba in ogni caso essere adattato, su misura (tailored) al singolo paziente e al momento del suo ciclo di vita.
Nel caso descritto un'analisi ad alta freq