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Abitare una casa, a cura di Luigi Federico Bianchi e Patrizia Conti, ci indica, fin dal titolo perentorio, il percorso e il senso teorico e clinico più evidente che lega i vari autori chiamati a cimentarsi con il difficile compito di aiutare gli adolescenti: offrire loro una casa da abitare. Si tratta di un lavoro corale, una chiamata ai tanti operatori che, a vario titolo, sono impegnati in prima linea nella ricerca di soluzioni al disagio di crescere.
Abitare una casa vuol dire tante cose: un ambiente che delimita un dentro e un fuori, un luogo interno che diventa deposito di parti di sé, una ripetizione di tempo e di luogo che diventa sviluppo e crescita. Come scrive Correale nella saliente introduzione: «È proprio la sensazione di questa mancanza, che coglie, in modo prepotente, il lettore di questo libro. Quello che caratterizza questi adolescenti non è tanto un vuoto, come è stato detto, ma è qualcosa che assomiglia di più a un paese devastato da un terremoto, o da un incendio o da un bombardamento» (pag.10).
Quindi costruire prima per offrire poi una casa da abitare, un ricovero seppure temporaneo a chi forse non l'ha mai avuto, o a chi l'ha avuto per poi perderlo: si tratta di approntare un apparato psichico come preliminare necessario a qualsiasi attività terapeutica. Si tratta di edificare un luogo mentale e via via arredarlo perché diventi abitabile: un luogo da cui poter partire e a cui tornare.
Ed è toccante leggere queste testimonianze nella prospettiva che ci indica il titolo, la prospettiva di donne e uomini che costruiscono pareti, tetti, infissi, porte e infine stanze perché qualcuno che non ha una casa possa venire ospitato per iniziare o riprendere a crescere.
Un'impresa non da poco. «Come aiutare - si chiedono Bianchi e Conti - questi adolescenti a trovare un minimo spazio per sé e la possibilità di essere compresi, pur se imprigionati nella ripetizione di un agito impenetrabile, che attanaglia tutti - genitori, figlio/a e operatori? Come poter avvi