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Il libro di Marina Breccia, è denso, pluristratificato, contemporaneo, intendendo per contemporaneo l'esperienza di essere intempestivo o inattuale nel senso inteso da Nietzsche e ripreso da Giorgio Agamben. Offre cioè uno sguardo volto a un'esperienza di «sfasatura» tra l'appartenenza al proprio tempo e la difficoltà di riconoscimento in esso, modalità che rende possibile osservare gli eventi dall'interno e guardarli allo stesso tempo in maniera straniante.
Più in generale quello descritto dalla Breccia, è un tempo in continuo divenire, anche se contrappuntato da figure che ne delineano i confini demarcandoli ma anche continuamente ridescrivendoli, secondo quel movimento allo stesso tempo geografico-spaziale e temporale che con un'espressione felice la studiosa di Storia Orientale Silvia Ronchey definisce chalk lines, linee di gesso, che vengono continuamente cancellate e poi ritracciate nella storia dei Popoli.
È difficile trovare una modalità di presentazione che dia conto anche solo in parte del particolarissimo percorso dell'Autrice. Un «controtempo», lo chiama Marina, al quale tenterò di aggiungere un'ulteriore linea contrappuntistica.
Ad Amburgo sulla porta d'ingresso della biblioteca del grande storico dell'arte Aby Warburg , era incisa la parola Mnemosyne (in onore della dea greca della memoria). Superata quella porta si entrava nel territorio di un altro tempo. Un tempo rivoluzionario, visionario.
Nella stanza prendeva vita, e tuttora permane, l'opera più nota di Warburg, L'Atlante Mnemosyne in cui vengono convogliati decenni di studi sulle immagini della storia dell'arte e su come queste, nonostante epoche e stili differenti, continuino a stratificarsi e ad esistere dall'antichità al contemporaneo. Miti, figure, parole simboliche vanno a comporre una mappa delle costanti della memoria occidentale.
Warburg ha operato un assiduo spostamento nel pensiero, tra punti di vista filosofici, periodi storici, luoghi geografici. Ha descritto un sapere in movimento
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