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Questo testo è di grande interesse per un lettore a formazione psicoanalitica perché affronta la problematica della negazione, soggettiva e collettiva, di traumi della portata della Shoah e pone l'attenzione sulla necessità di mantenere vivo il ricordo per favorire un lavoro di elaborazione, interrogandosi su quali possano essere gli strumenti più adatti, tenendo conto che si tratta di fenomeni psichici che non possono esulare dal coinvolgere l'intera comunità.
Nel 2020 Anna Ferruta ha pubblicato un bell'articolo su genocidi e processo di soggettivazione1 che analizzava come l'effetto maggiormente distruttivo delle violenze che vengono praticate da un gruppo di persone ai danni di altre, colpevoli di essere membri di una comunità etnica, razziale o religiosa diversa da quella dominante, riguarda proprio l'attacco al legame: questo attacco perpetrato in modo sistematico compromette la capacità dell'individuo di accedere ad una propria soggettività, che invece, come sappiamo, può essere raggiunta solo attraverso il legame con l'Altro. Legame che sappiamo essere indispensabile non solo per la creazione e il mantenimento della personalità individuale ma anche per la coesione sociale; venendo meno quella forma di riconoscimento reciproco che René Kaës ha definito col termine alleanze inconsce narcisistiche, si opera la demolizione delle basi su cui poggia il nostro riconoscerci come appartenenti al genere umano. Ora, si potrebbe dire che questo libro è una prosecuzione di quelle considerazioni, ma anche un approfondimento.
Due sono i fili che si intrecciano in questa interessante carrellata di interventi sul tema della Shoah: il primo è che i sopravvissuti, che tanto hanno fatto impegnandosi a trasmettere il senso della tragedia con la loro testimonianza, ormai stanno scomparendo. Senza il loro contributo, senza la testimonianza di un vissuto collettivo