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Il titolo dell'intervento di Martine Pichon-Damesin è «Le double (je)u d'Adèle», a indicare il gioco di parole, caro ai francesi, che gioca (appunto) su Je e jeu, io e gioco: doppio Io, doppio gioco. Si tratta di una scissione dell'Io? E il doppio gioco è la menzogna del romanzo familiare sul quale Adèle costruisce la propria rappresentazione immaginaria?
Quello che il perturbante mette in evidenza è l'instabilità del confine tra ciò che è noto e ciò che è ignoto; anzi, ancor di più, la confusione tra quello che sappiamo - o presumiamo di sapere - su noi stessi e la nostra storia, e quello che invece è sconosciuto. Ovvero: ciò che era un tempo familiare si rivela, più che sorprendente, insolito, opaco. Le riflessioni e il caso clinico presentati da Martine Pichon-Damesin sottolineano, a mio parere, innanzi tutto questa opacità. Ma allo stesso tempo mostrano che proprio questa opacità non è necessariamente un ostacolo alla cura: il perturbante, l'imprevedibile, può al contrario aprire nuove strade non solo alla comprensione da parte dell'analista, ma anche consentire l'avanzamento teorico. Come il transfert prima, e poi il controtransfert. Non è infatti un caso che entrambi siano stati particolarmente sottolineati in questa presentazione.
Certo, la classica traduzione francese di Unheimlich con «inquietante estraneità» non rende ragione della complessità del termine freudiano, che Pichon non manca di sottolineare: sarebbe più opportuno, a mio parere - se non si volesse
introdurre un neologismo, come è stato fatto in italiano, traducendo il termine tedesco con «perturbante», che indica appunto un perturbamento dell'ordine dato - insistere non solo sul termine «inquietante», come proposto da Laplanche, ma sul paradosso, sull'ossimoro, se volete, di «estraneità familiare» o viceversa - ma che è in realtà la stessa cosa - di «familiarità estranea».