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Una lettura ri-generante, non saprei descrivere meglio l'effetto della lettura di quest'ultima - speriamo non definitiva nonostante gli indizi che qui e lì ne punteggiano la tessitura - fatica di Fausta Ferraro. Ri-generante proprio nel duplice senso che l'autrice sottolinea a più riprese del prefisso ri, sia di ritorno su temi, nodi, enigmi che attraversano la biografia intellettuale di un'analista da sempre impegnata sul duplice versante del corpo a corpo con la riflessione teorico-metodologica e dell'inesausta spinta a pensare la clinica, sia di rilancio, vera e propria nuova generazione, di interrogativi, questioni, aree critiche che continuano a sostanziare quegli orizzonti del lavoro analitico attorno ai quali l'intero testo si articola.
Orizzonte edipico, dichiarato esplicitamente fin dal titolo del testo, non solo a richiamare la centralità dell'Edipo, come struttura, modello, e complesso, seguendo Green, ma riaffermato come orizzonte appunto del lavoro analitico tout court. La dimensione edipica indica allora soprattutto uno stile di pensiero indisgiungibile da una certa modalità di interrogarsi sulla clinica, e non mi riferisco ad un certo modo di condurre i trattamenti analitici quanto piuttosto a un'esigenza del pensiero clinico psicoanalitico.
Mi sembra questa in realtà la preoccupazione principale dell'autrice nel ribadire, forse anche un po' controcorrente, la centralità dell'Edipo nell'edificio psicoanalitico, inteso secondo l'indicazione freudiana come metodo di cura e come articolazione dell'apparato psichico.
Seguendo l'autrice si potrebbe dire allora un po' apoditticamente che l'Edipo non è solo ciò da cui si parte nel campo analitico ma anche ciò a cui, in maniera inesausta, si tende, dunque, paradossalmente, pur fornendoci la nostra struttura di pensiero analitica resta comunque un orizzonte da ri-trovare durante il procedimento analitico.