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Il libro Psicoanalisti in lockdown, a cura di Monica Horovitz e Adelia Lucattini, è il frutto di un ricco e prezioso lavoro di tessitura di pensieri e associazioni, da parte di un gruppo di quattordici psicoanalisti, di Paesi diversi (Francia, Italia, Argentina e Libano), che hanno raccolto le loro testimonianze sulla loro attività professionale durante il lockdown, dando vita a una polifonia di voci, sotto forma di scrittura. Gli autori si sono confrontati con l'imperativo etico di stare accanto ai loro pazienti in un momento particolarmente critico e drammatico a livello globale, nutrendo la capacità di pensiero attraverso la partecipazione a un gruppo di lavoro, e la scrittura di una sorta di diario di bordo, con un atteggiamento di costante dialogo fra loro e con il lettore. Le curatrici hanno ben orchestrato i fitti scambi di esperienze e di idee che hanno animato le efemeridi di menti a distanza, suddividendo il testo in atti, come un'opera teatrale, sottolineando così il carattere creativo e l'originalità dei contributi.
Come nota Attilio Scarpellini nella sua introduzione al libro, in circostanze come questa, scrivere non solo è l'unico modo per continuare a vivere, ma è anche un modo per occupare il minaccioso vuoto di quella che Ernesto De Martino, parlando del lutto, chiamava «crisi della presenza». Il lutto in questione è quello di un'umanità esiliata da se stessa, che sembra aver perduto la sua più specifica ragione di essere nel venire catapultata all'improvviso, in modo traumatico, in una condizione in cui il contatto con gli altri, così centrale e vitalizzante, è diventato una pericolosa fonte di contagio. Se consideriamo che le nostre soggettività sociali sono fluttuanti, possiamo arrivare a pensare che il lockdown abbia introdotto un elemento di cesura nella nostra soggettività sociale, più della pandemia in sé, tagliandoci fuori dal mondo e dai luoghi in cui eravamo inseriti socialmente o professionalmente.
In questo frangente, in cui ci è stato sot