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Un filo rosso attraversa i tre contributi di questo focus; anzi, vorrei dire che si tratta di tanti fili colorati, quelli di una trama narrativa che i tre autori - da vertici diversi - considerano via regia per la costruzione di quello spazio in cui diventa possibile esistere.
Sono anche i fili delle domande che ci pongono, domande fondamentali per la psicoanalisi, che come ami di pescatori provetti, mi sembrano spingersi più in là per catturare significati lontani, sepolti, muti.
«Cosa cura in psicoanalisi?», si chiede Roberto Basile nel suo titolo, che, come Massimo Vigna Taglianti gli fa eco qualche pagina dopo, si colloca in quella scia di pensatori che pone l'accento più sulla relazione che sull'interpretazione, più sulla co-costruzione narrativa che sulla comprensione del significato simbolico, giocando con il paziente piuttosto che osservando e comprendendo il suo gioco.
La prima giocosa risposta che propone nel testo è una risposta che Basile ha ricevuto a sua volta da Dina Vallino, quando, stupito, le aveva chiesto come mai in un momento difficile della sua vita aveva la sensazione che il lavoro con i pazienti lo aiutasse a stare meglio. Lei, con lo stile diretto che anche io ricordo con commozione, gli aveva risposto: «Ma, dottore, è la relazione che cura!»
Attenzione alla relazione e vulnerabilità, permeabilità sono ingredienti che mettono al centro del processo anche la persona dell'analista, quella «pasta» di vita vissuta, sofferenze, esperienze di cui parla Nino Ferro, «che pur nel rispetto totale dell'alterità del paziente, non possono non co-determinare le vicissitudini dell'incontro analitico» (Ferro, 2003, 799).
Persona e personalità dell'analista, ci ricorda Basile, che riconosce in qualità come «la gentilezza», la propensione all'autenticità, «il fiuto per la verità» e la capacità di accostarsi al dolore (anche il proprio), elementi soggettivi, mattoni di quella «verità personale» che gli ha permesso di diventare l'analista che è, e di curare.
Massimo