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A completamento e (provvisoria) conclusione dei lavori pubblicati negli ultimi numeri della Rivista, siamo voluti tornare ancora una volta ad affrontare la questione del metodo. Lo abbiamo fatto attraverso una tavola rotonda cui i colleghi hanno partecipato sulla base di un input costituito dai cinque quesiti riportati a seguire, ma anche facendola precedere da alcuni contributi di autorevoli studiosi cui è stata chiesta una riflessione sul metodo concernente il proprio specifico ambito. Di tali campi del sapere si è ipotizzata una qualche affinità con la psicoanalisi, appunto d'ordine metodico, o comunque la possibilità di un fertile confronto.
Può tornare utile al lettore rammentare i contributi che si sono succeduti al riguardo nell'ultimo quadriennio, che rappresentano naturalmente solo una piccola parte di quelli comparsi nel corso degli anni: la ricerca assiomatica, a cura di Fernando Riolo e collaboratori (4/21); l'analisi linguistica del dialogo in seduta, a cura di Giulio Cesare Zavattini con introduzione di Daniela Rao Camemi (1/22); la ricerca concettuale sul controtransfert, a cura di Michele Bezoari e collaboratori (4/22); le neuroscienze a cura di Angela Iannitelli (3/23); il Three Level Model (4/23), di nuovo a cura di Giulio Cesare Zavattini, preceduto dal contributo di Antonella Sassorego inerente i modelli di discussione clinica e ricerca (4/22), e infine le interviste a Vittorio Lingiardi (1/23) e a Sarantis Thanopoulos (2/23).
I lavori raccolti nella prima parte offrono una molteplicità di stimoli e riflessioni, a partire dalla definizione stessa di metodo: Massimiliano Marinelli, con riferimento alla medicina, ripropone quella di Benedetto Varchi, risalente al XVI° secolo, molto semplice ma incisiva: il metodo è la via più diretta e breve per arrivare dove vogliamo arrivare. Può sembrare una tautologia, ma presenta una problematicità non indifferente, in quanto dalla definizione se ne può derivare che il metodo è subordinato all'avere la consapevo