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Per iniziare, è a tuo avviso possibile parlare di un metodo per la ricerca e/o per la clinica psicoanalitica, o al contrario la psicoanalisi tende piuttosto ad essere una disciplina a-metodica? Se concordi con l'idea che la psicoanalisi abbia un metodo, come ritieni possano declinarsi le modalità del rapporto tra la ricerca, la teoria e la clinica, sancito dallo junktim freudiano, e quali pensi possano esserne le ricadute sulla questione dell'efficacia della psicoanalisi, della individuazione dei suoi “strumenti” terapeutici, nonché della sua trasmissione?
In che modo la tua personale prospettiva di ricerca ed i tuoi riferimenti teorici, consentono di fornire alla questione del metodo una particolare prospettiva?
Essendo la psicoanalisi una disciplina di confine, che problematiche specifiche questo può creare dal punto di vista della definizione di un metodo? In particolare, il metodo della psicoanalisi è unico e specifico o può presentare attinenze con quello della medicina, della storia, delle scienze sociali, etc.?
La questione del metodo evoca la questione della scientificità della psicoanalisi che, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, è stata a lungo dibattuta sia oltreoceano che in Europa, con contributi significativi anche da parte di autori italiani. Ti sembra che interrogarsi in merito alla epistemologia della psicoanalisi sia ancor oggi rilevante?
Recentemente sulla Rivista di Psicoanalisi sono comparsi diversi focus in stretta correlazione con la problematica qui affrontata [la ricerca assiomatica e l'alternativa tra convivenza o competizione tra modelli teorici (4/21), l'analisi linguistica del dialogo in seduta (1/22), la ricerca concettuale sul controtransfert (4/22), le neuroscienze (3/23), il Three Level Model (4/23)], nonché specifici contributi [modelli di discussione clinica e ricerca (4/22), intervista a Lingiardi (1/23), intervista a Thanopoulos (2/23)]. Ti andrebbe di fare qualche commento rispetto ad alcune delle prospettive proposte?