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Ho preferito nel mio contributo non rispondere ad ogni singola domanda formulata dal momento che le domande sono strettamente connesse fra loro per cui mi è più agevole intervenire unificandole in un unico scritto.
Il primo interrogativo, che riguarda il metodo in psicoanalisi, richiede una riflessione preliminare. Si può parlare di metodo psicoanalitico oppure è un procedere non sistematico, addirittura anarchico come auspicava il filosofo della scienza Paul Feyerabend? Vale la pena ricordare che Feyerabend nel suo libro Contro il metodo: abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza si mostrava molto critico verso ogni forma di sistematizzazione epistemica, dall'empirismo logico al razionalismo critico di Popper, sostenendo una concezione asistematica della conoscenza. Il pericolo di questa posizione è evidente, si cade inevitabilmente in un universo relativistico nel quale ogni affermazione e ogni concettualizzazione vale come l'altra non essendoci nessun parametro e nessuna metodologia valutativa a cui fare riferimento. D'altra parte lo stesso avanzamento delle conoscenze umane ha confermato che le molteplici discipline del sapere umano che hanno promosso lo sviluppo culturale e scientifico rispondono a metodi di indagine diversi, come ad esempio il metodo filosofico oppure quello scientifico.
Il grande psicologo americano Jerome Bruner (1986), rifacendosi all'epistemologo americano Nelson Goodman (1988), che aveva sostenuto il pluralismo gnoseologico nel costruire le diverse versioni del mondo, aveva fatto a questo proposito un'importante distinzione fra il pensiero paradigmatico e quello narrativo. Come lui stesso sottolinea esistono due modi principali con cui gli esseri umani
organizzano e gestiscono la conoscenza, quello logico-scientifico più adeguato a trattare il mondo fisico mentre quello narrativo esplora le dimensioni e la soggettività umana. Ognuno dei due metodi conoscitivi si caratterizza per il modo di organizzare l'ordine della conoscenza e d