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Dodici autori danno vita a questo libro, che si interroga sul caso del biblico Giobbe. Sono filosofi, teologi e psicoanaliste, comprese le curatrici del volume. Perché Giobbe con la sua storia pone in maniera drammatica il problema del male in un contesto affatto particolare: quello religioso, nel quale l'essere supremo, Dio, per definizione principio del bene, consente che il male si accanisca su un suo servo fedele e devoto. Potremmo, a prima vista confinare l'interesse del libro ai credenti. Ma la sua lettura ci convince che vi è nelle sue pagine un contributo più generale al problema del male e, soprattutto della sofferenza inutile, a cui Luigi Pareyson dedicò un mirabile studio su Dostoevskij (Pareyson, 1982). E al problema del male in generale, affiancandosi a Perché il male, la psicoanalisi e i processi distruttivi, a cura di A. Baldassarro (2017). Sono le stesse curatrici ad avvertirci che «Psicoanalisi e fede», la collana editoriale di cui fa parte il volume, intende fede: «sia come fede religiosa, sia nella sua accezione più ampia di fiducia di base o di fede nella vita e nei valori» (pag.V). Siamo dunque nell'ambito di una convinzione non nichilista dell'esistenza.
V. Lasorsa, filosofo, ci avverte: «scordatevi la pazienza di Giobbe!». Siamo dunque del tutto fuori dalla figura proverbiale di Giobbe e da ogni masochismo. Siamo invece di fronte al tema del «perché la sofferenza degli innocenti» (che è il tema di Pareyson). Giobbe vuole giustizia e rivendica a gran voce la propria innocenza. Giobbe protesta e si rivolta. Giobbe vuole parlare bene di Dio; ma perché Dio permette che egli soffra tanto! Nel finale del testo biblico sarà Dio stesso a dare ragione a Giobbe: perché Giobbe ha parlato correttamente di Dio (pag. 11), diversamente dai suoi amici, sostenitori della «giustizia retributiva».
Argomento che riprende S. Diena, che sottolinea il punto problematico: come può Dio permettere il male, nella sua onnipotenza ? (pag. 18). Giobbe pone il problema - osse