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Questo ultimo libro di Giuseppe Civitarese è un libro bellissimo. E per quanto questa affermazione possa apparire enfatica, in realtà non lo è, è semplicemente autentica e vera. È autentica perché Giuseppe riesce a trascendere se stesso, scrive con parole piene, arrivando ad adottare un linguaggio accessibile a qualsiasi lettore, sia esso un cultore o un praticante o un appassionato del discorso psicoanalitico.
È vera perché il discorso dell'autore, prezioso dal punto di vista letterario, psicoanalitico, filosofico e poetico, riesce a liberarsi da alcune precedenti tentazioni eccessivamente intellettualistiche e si emancipa dalla seduzione esercitata da un'aristocrazia del pensiero che spesso inquina la ricerca in psicoanalisi.
Civitarese scrive un manuale di psicoanalisi nella prospettiva della teoria del campo analitico (TCA). E penso scriva un manuale che, oltre a poter diventare un riferimento indispensabile in qualsiasi percorso di training psicoanalitico, si propone come una pietra miliare per chiunque voglia occuparsi degli sviluppi più attuali della psicoanalisi. Non penso che, d'ora in avanti, si possa parlare di psicoanalisi contemporanea prescindendo da quanto è contenuto in questo libro.
Ogni capitolo e ogni paragrafo è alimentato da una pulsione alla verità che spinge Giuseppe a cesellare ogni concetto della teoria bioniana (come riferimento essenziale) e di quella post-bioniana (come essenza viva, incarnata dalla sua ricerca) in un modo che, per quanto mi consta, non ha precedenti. Con ammirevole precisione Civitarese riconosce il proprio debito nei confronti dei maestri: siano i maestri del panorama storico e internazionale (Freud, Klein, Winnicott, Bleger, Baranger e Baranger, Lewin, Meltzer, Langs, Ogden), siano i maestri della scuola italiana di psicoanalisi del campo (Corrao, Nissim Momigliano, Hautmann, Gaburri, Neri, Riolo, Bonfiglio, Cono Aldo Barnà, Ferro, Bezoari e Barale). E con altrettanta ammirevole modestia, Giuseppe si inserisce in questa l