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Pur essendo il trauma un argomento con ampia letteratura, ogni nuovo volume incrementa il nostro sapere e porta nuove riflessioni. È la natura del trauma che veicola qualcosa di insaturo che spinge verso nuove conoscenze o è l'orizzonte psicoanalitico che ampliandosi attrae nuovo sapere attraverso cui indagare il trauma?
Il trauma e la psicoanalisi hanno un intreccio originario emblematico. Reciprocamente avviluppati intorno al concetto di realtà interna e realtà esterna si sono evoluti in modo da includerle entrambe. Pertanto, potremmo dire che il trauma ha prestato alla psicoanalisi le sue origini e la psicoanalisi continua a prestare al trauma i suoi modelli. Ed è esattamente da questo punto che si diparte il libro: il dialogo fra Freud e Ferenczi. Introdotto da L.M. Cabré pone la storica domanda sulla natura del trauma, ed introduce il tema sul tipo di trauma oggetto della controversia.
Dalle prime pagine del libro si intuisce immediatamente come l'esplorazione del trauma ci costringa a viaggiare su più livelli, con continui scarti e spostamenti non facilmente integrabili in un unicum intellegibile e coerente. Nel trauma c'è sempre un “qualcosa che rimane indietro” accanto a “qualcosa” che si è spinto oltre. Scomponendo il trauma, nelle sue figurazioni possibili, si incontra il tempo, la pulsione, l'oggetto, il contesto, il rappresentabile e l'irrappresentabile, tutte componenti agglutinate dall'azione traumatica. Queste figurazioni trovano posto nella prima parte del libro arricchite da preziose componenti teorico-cliniche che ne definiscono meglio il costrutto teorico. Mentre le riflessioni accolte nella seconda parte del libro ampliano tale costrutto rivisitandolo nel contesto della relazione analitica, ovvero dal vertice della “persona” analista con il gioco transferale/controtransferale fra intrapsichico e interpsichico.
Riprendiamo dal dialogo a distanza fra Ferenczi e Freud attraverso cui Cabré propone un vertice di osservazione, non solamente legato all'ezi