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Si tratta di un testo in prosa, poi in poesia. Annoto quello che mi stimola, confidando nella memoria del pc. La prosa spesso è originale, poetica. Mi ricorda una vecchia fantasia: se prendo una P e la coloro di rosa è p-rosa o diventa poesia? E questo allude a quella “pantera profumata”, come prima di Dante era immaginata la poesia, perché è elegante, sfuggente, allora si immaginavano che attirasse le prede con il profumo dell'alito. Bravi a inventare allegorie.
Adesso metto in fila citazioni dal testo con qualche mia associazione.
Il tema della morte è molto presente. Molto vivo? Con gli anni le vertebre si curvano e la fine è più vicina. Sono pagine in cui incontriamo più volte Thanatos ed Eros. Amore, amor-te, ricordi e delusioni. Il quartiere dove l'autore è stato adolescente è molto cambiato e questo crea una sensazione di doloroso smarrimento, nel gergo psichiatrico si potrebbe dire depersonalizzazione. Mi ricorda il concittadino Ruzante che, secoli fa, reduce da una guerra, trova il paese natio cambiato e si domanda «Chi sonti mì?» Il cambiamento del luogo dove era stato ragazzo genera anche a Ruzante una vertigine. Tornati al giorno d'oggi siamo «in un'atmosfera satura di veleni» e ci muoviamo in «un labirinto senza pareti». Di nuovo nel posto sbagliato.
Trovo molte variazioni sul tema della melanconia: non ho più desideri, non siamo immortali, anzi siamo fragili come bolle, quanti rimpianti, con gli anni le donne temono di non essere più seducenti, gli uomini temono di avere «il tempo contato». Temibile è la vecchiaia, la morte allora non è malevola, ci libera dal male, dai limiti. Come ogni Cosa abbiamo limiti. Molti filosofi usano il tedesco das Ding, la Cosa-in-sé. Ma Ding fa sentire un suono e il suono ha limiti di natura molto diversa.
Molti della mia generazione hanno sentito genitori e nonni parlare di “dolori di crescita”, anche Fasoli recita «se vuoi crescere, piangi». Certo, non sempre il dolore di vivere è insopportabile come accade al povero van Go