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Il termine Alterità è una categoria astratta, mentre l'Altro è un concetto legato all'esperienza. Nell'esperienza umana l'altro è una necessità e un incubo. Non a caso un comandamento ci prescrive di amarlo quanto sé stessi, in equilibrio tra narcisismo e alienazione.
Richiamando il pensiero di Freud dobbiamo partire dall'altro in noi: «Tutti gli atti e tutte le manifestazioni che osservo in me e che non so come collegare con il resto della mia vita psichica devono essere giudicati come se appartenessero a qualcun altro e trovare la loro spiegazione in una vita psichica attribuita a quest'altra persona» (Freud, 1915, 53).
In questo passo Freud introduce senza mezzi termini l'alterità profonda dell'inconscio che ci abita e costituisce la gran parte del nostro apparato psichico, sconosciuto e per definizione non conoscibile. L'inconscio è l'altro che non si potrà mai distruggere, costituito poi a sua volta da altri innumerevoli, tramite i movimenti identificatori. Dunque eliminare l'altro dentro di noi è impresa impossibile. Resta il fatto che possiamo eliminare l'altro fuori di noi. Ricordando Freud del 1925, perfino questa impresa alla fine dovrebbe risultare impossibile perché «anche cercare di distruggere l'altro-fuori-di-sé è un movimento autolesivo».
Per quanto autolesionista, tuttavia l'uomo distrugge l'altro, talvolta con piacere. Eliminiamo così la possibilità di conoscere l'altro e di ri-conoscerci, ma ciononostante uccidiamo barbaramente.
Si pone un altro grave interrogativo: come possiamo pensare, farci una rappresentazione di loro, i macellai e stupratori di Hamas? Perché questo vuole il processo di pensiero; un processo intollerabile che induce il diniego, come del resto è successo: «Pensiamo solo al diniego di tanti e tante del femminicidio di massa». Chiediamoci come sarà possibile per le vittime, ala avanzata del pacifismo in Israele,
compiere questo terribile dispendio di pensiero e di