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Siamo abituati a pensare che l'effetto prodotto in noi dall'interazione con i nuovi mezzi digitali riguardi un campo del tutto nuovo. Questo è in un certo senso vero, in particolare dopo lo sviluppo dei social media, con gli algoritmi sempre più sofisticati e pervasivi e in seguito all'introduzione dell'intelligenza artificiale generativa, in grado cioè di produrre un linguaggio originale e dialogare con noi. Eppure, il tema non è del tutto inedito, né per la narrativa né per la letteratura psicoanalitica. Vale la pena ricordare come già nel maggio del 1919 Freud si accingesse a stendere in maniera compiuta le sue riflessioni su quei fenomeni in cui si apre il dubbio che un essere apparentemente animato non sia davvero vivo o che un oggetto privo di vita non sia invece animato. Nel suo saggio Il Perturbante , riprese dai racconti fantastici di E.T.A. Hoffmann la storia di una bambola, Olimpia, simile a una persona umana e dotata di movimento e parola. Quell'illusione, talmente riuscita da portare il protagonista della vicenda prima ad innamorarsene e poi a impazzire, divenne per Freud occasione per dare forma alle proprie idee sull’Unheimlich.
Oggi tuttavia assistiamo a un'intrecciata e ineludibile convergenza tra l'essere umano e il dominio tecnologico. Il Sé è sottoposto a un costante rimodellamento, per influenza dell'ecosistema digitale che ci circonda. La tecnologia, e in particolare Internet, si è trasformata in una finestra perennemente aperta sul mondo, un canale di connessione continua che ci lega indissolubilmente alla comunità globale. Il fascino e il terrore con cui la osserviamo può farci riflettere su quanto siamo tutti, in un certo senso, innamorati di una moderna Olimpia. La connessione incessante, la proliferazione di relazioni sociali digitali e la creazione di narrazioni identitarie multiple pongono quesiti fondamentali: come si naviga in questo mare di possibilità mantenendo un senso coerente del sé? Qual è il prezzo di questa continua esposizione