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Barbara Piovano ha scritto un piccolo e denso libro su di un argomento di grande attualità: la cura, scegliendo, di questo aspetto, quello più difficile e spinoso, ovvero gli aspetti iatrogeni di una terapia, non necessariamente per colpa, ma con conseguenze traumatiche per il paziente oggetto della cura e per il terapeuta curante.
Ricordiamo quanto già detto in altri scritti sulla “cura”:
In un libro recente, Prendersi cura (a cura di Lorena Preta), la curatrice sotto-lineava nell'introduzione come: «La cura dei corpi converge con quella della mente - come qualcosa che non ci riguarda più solo individualmente ma che va estesa al gruppo sociale. Da qui il conflitto apparente tra libertà individuale e esigenze collettive».
Non possiede quindi un significato strettamente legato alla malattia, e quindi a livello psicoanalitico, della terapia psicoanalitica, la cura avrebbe come obbiettivo quello di favorire l'evoluzione del soggetto, in un processo di co-costruzione che tiene conto del contesto polifonico in cui si collocano soggetto ed oggetto della cura, come il mito ben descrive.
Ma di quale mito stiamo parlando? Di quello greco, del mito di Edipo così caro agli psicoanalisti? O dei numerosi miti/ parabole/ midrash della cultura giudaico cristiana?
Non è una domanda peregrina. È profondamente insita nella problematica del libro di Piovano.
Edipo e Giobbe. «Due modi di sperimentare l'enigmaticità del mondo» (Natoli, 2016). «Edipo, una colpa involontaria, Giobbe un dolore innocente». «La cultura occidentale può essere vista come un instabile opporsi e comporsi di questi due modelli…». Degli orizzonti di senso, delle metafore, attraverso i quali gli uomini hanno cercato di dare un significato alle loro sofferenze. Due miti, due metafore, che spesso si sovrappongono nella nostra vita contemporanea, nella ineludibile domanda al perché del dolore e della sofferenza e alle colpe di chi le ha provocate o subite. «In Edipo c’è un Dio che svelando svia, in Giobbe un Dio che sveland