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«Non camminare davanti a me, potrei non seguirti. Non camminare dietro di me, non saprei dove condurti. Cammina al mio fianco…»
Propongo questa citazione di Camus perché quella che resta alla fine della lettura del libro di Gohar Homayounpour, fondatrice del Gruppo Freudiano di Teheran, è una bella sensazione di freschezza narrativa, di libertà espressiva e di eccentricità intellettuale. La scrittura agile, elegante e appassionata sostiene l'idea (ideale?) di una psicoanalisi in un continuo movimento evolutivo, dubbiosa e sperimentante, mai autoritaria, seppure solidamente ancorata a solide radici teoriche.
Scriveva Freud nel 1918 in Vie della terapia psicoanalitica: «Non ci siamo mai gloriati del carattere concluso e completo delle nostre conoscenze e delle nostre potenzialità; anche adesso, come sempre in passato, siamo pronti ad ammettere le imperfezioni del nostro sapere, a imparare cose nuove e a mutare il nostro modo di procedere laddove può essere migliorato» (p. 19).
L'autrice sembra fare riferimento alla proposizione freudiana di un pensiero insaturo proprio perché teso a un continuo affinamento, arricchito dalla relazione analitica a sua volta arricchita dal pensiero teorico. Frammenti di sedute, richiami teorici e ricordi personali diventano voci interferenti che sollecitano di volta in volta la ricomposizione dei fili di un racconto che sembra trovare via via il senso del viaggio, del percorso, della narrazione, dove anche il più piccolo dettaglio può divenire importante chiave di re-interpretazione dei testi originari, rivelando imprevisti quanto improvvisi cambiamenti di rotta. Testo (dal latino textus) vuol dire tessuto. Il ritrovamento e il riconoscimento del fil rougedi questa tessitura, di questo percorso di scrittura, di questo viaggio di ricerca, credo che potranno risultare agevoli per il lettore.