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Aquarant'anni dalla morte di Eugenio Gaddini abbiamo pensato, attraverso questo focus, di mettere in primo piano la complessità delle sue ipotesi teoriche. I sessanta lavori psicoanalitici, pubblicati dal 1953 al 1985, testimoniano il metodo della sua ricerca che, a partire dal lavoro clinico, viene ricondotta a una sistematizzazione metapsicologica.
Eugenio Gaddini arrivò alla psicoanalisi dopo alcuni anni di lavoro come medico ospedaliero. Durante la guerra prestò servizio presso l'ospedale militare di Mirano Veneto. Dopo l'armistizio tornò a Roma dove prese parte alla Resistenza antifascista. Iniziò la sua carriera come medico internista e, nel 1945, divenne primario presso l'Ospedale della Croce Rossa Forte Aurelio.
Emilio Servadio, che nel 1946 era diventato Commissario della Sanità al Viminale, ricevette una sua visita e durante quel loro primo colloquio gli manifestò il suo convincimento che parecchi pazienti fossero in realtà dei nevrotici. All'epoca aveva letto parecchi saggi e libri di psicoanalisi a cominciare da quelli di Freud. In lui era maturato il proposito di diventare psicoanalista. Iniziò così la sua formazione analitica, entrò nella Società Psicoanalitica Italiana nel 1953. Lasciò il suo incarico ospedaliero nel 1956 e si dedicò alla attività psicoanalitica lavorando anche alla riorganizzazione della SPI dopo l'interruzione delle attività societarie e scientifiche conseguenti al periodo fascista e al conflitto bellico. Nel corso della sua carriera ricoprì incarichi istituzionali nazionali e internazionali. È stato Presidente della SPI dal 1978 al 1982.
I suoi primi scritti sui processi mentali precoci nei bambini si svilupparono grazie all'esperienza clinica pediatrica della moglie Renata De Benedetti, anch'essa divenuta psicoanalista. Il filo rosso che attraversa tutta la sua ricerca rimase ancorato all'esplorazione delle fasi primarie del funzionamento psichico fino alla formulazione della teoria sulla Organizzazione mentale di Base.
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