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Il testo ripercorre gli sviluppi del pensiero di Eugenio Gaddini che hanno portato alla elaborazione del concetto di imitazione. Gli Autori evidenziano come già a partire dagli esordi pionieristici della sua esperienza presso l'ospedale di Forte Aurelia e, successivamente, nella ricerca condotta con la moglie Renata sui bambini ruminanti, sia evidente l'interesse di Gaddini per il corpo e per come la mente comprende il corpo. Così, le imitazioni come le proiezioni possono portare alle identificazioni e rispondere agli scopi di adattamento. L'imitazione può quindi essere considerata come una primissima forma di esperienza pre-oggettuale. Come difesa patologica, l'imitazione viene invece usata per “essere” l'oggetto, riattivando stimolazioni di contatto sensoriale che servono a eludere l'esperienza della separatezza corporea dall'oggetto. A scopo esplicativo viene portato un breve frammento clinico riguardante il caso di una bambina autistica.