You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Partiamo dall'audace invenzione del titolo con la sua penombra di associazioni che invita a perlustrare un territorio vario ed esteso a dispetto dell'angustia, arida e contratta, che può segnare l'ultimo tempo della vita. La metafora del viaggio non è nuova per Algini che l'ha proposta nel libro sul viaggio con i bambini nella psicoterapia, sostenendo che, quello analitico, va inteso al plurale perché ciascuno procede a misura delle proprie risorse e soprattutto della propria sofferenza. Ma in questo testo la pregnanza metaforica del viaggio si espande all'infinito con una profondità e ricchezza di diramazioni inedite. La struttura del libro è nondimeno la stessa: capitoli brevi tesi a far intuire, alludere e accompagnare l'essere intenti a percorrere quello che è per l'autrice un continente ostico e che si potrebbe anche designare una terra incognita. Nello slittamento dal freudiano nero/oscuro a ostico si intende, presumibilmente, sottolineare la impervia durezza, la intrinseca difficoltà e la strenua lotta per strapparne scoperte e paesaggi di insospettata bellezza. Scrive Arminio in: La cura dello sguardo. Nuova Farmacia poetica: «Esci, cammina, ricordati che prima di morire puoi fare cose impossibili, impensate. Sono tornati i miracoli». Devo riconoscere che le immediate, quanto molteplici, risonanze suscitate da questo libro attengono ad affinità elettive profonde emerse, riecheggiando il titolo, nell'età tarda, e sulla scia di una radicale svolta esistenziale. Non è facile indicarle e nondimeno provo a nominarne alcune. Mi sono subito ritrovata nell'autorappresentazione di viandante piuttosto che di viaggiatrice, nell'ancoraggio alla scrittura come risorsa vitale per fronteggiare perdite insanabili nei vari tornanti del lavoro del lutto, ma soprattutto in alcune esigenze, stringenti, proprie della “tardività” che, come è noto, per Edward Said “è una specie di esilio”. Esse sono percepibili nell'intensità dello sguardo che in una lontananza riesplora e riannod