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Come osserva Peter Fonagy «la psicoanalisi oggi è una disciplina al centro di una battaglia» (2009, 106) e possiamo chiederci quale speranza ci può essere nell'età dei trattamenti convalidati empiricamente che, come sappiamo, tengono in gran conto gli interventi strutturati in tempi brevi, per un approccio terapeutico che si definisce attraverso la libertà da costrizioni e preconcetti. Perdipiù se parliamo di un trattamento che misura la durata del suo intervento non in termini di numero di sedute, ma in termini di anni. Va anche aggiunto che, se da un lato la maggior parte degli analisti ha, perlomeno, un atteggiamento scettico nei confronti degli studi sugli esiti, dall'altro lato appare sempre più evidente una necessaria sinergia tra l'approfondimento dello studio delle “teorie dell'azione terapeutica” e la messa a punto di progetti di ricerca che indaghino sul perché la cura psicoanalitica è efficace (Norcross, Lambert, 2019; Migone, 2021).
Sono considerazioni con cui i nostri lettori si sono confrontati in questi anni tramite molti contributi sulla Rivista di Psicoanalisi da cui emerge uno scenario che, accanto ad alcune indubbie criticità, mostra non pochi segnali positivi. Ciò dipende, a mio avviso, da una maggiore disponibilità a un lavoro interdisciplinare anche per il grande sforzo da parte della SPI di uscire da una sorta di isolamento, con molte iniziative di collaborazione sia sul piano della ricerca, sia sul piano del lavoro clinico nei Servizi relativi alla salute mentale (Zavattini, 2025).
Non è un caso quindi che nel bel Focus del Gruppo coordinato da Daniela Linciano relativo all'osservazione dei momenti di inizio e fine terapia e che,
tra le altre variabili, esplora le “Teorie Private” che pazienti e analisti elaborano all'inizio del trattamento, compaiano frequentemente termini come “integrare”, “intrecciare”, “contaminazione” o “reciproca contaminazione”, “perturbazione reciproca”, che indicano la complessità della ricerca “psychoanalytic orien