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«Tra i due tipi di inconscio esistono legami strettissimi… la cinepresa, col suo salire e scendere, interrompere e isolare, ingrandire e ridurre, ampliare e contrarre il processo… provoca una deflagrazione terapeutica dell'inconscio ottico… scompone il visibile del mondo esistente in “immagini di pensiero”, Denkbilder, che creano costellazioni nuove e imprevisti spazi di gioco… grazie ai quali la percezione collettiva riesce ad appropriarsi di modalità di percezione del sogno e della psicosi» (Benjamin, 1936-1939, in Aura e Choc, Einaudi, 2012, 42-43).
Cinema e psicoanalisi condividono luogo e data di nascita (la prima proiezione cinematografica, dei fratelli Lumière, fu a Vienna, nel 1895, anno degli Studi sull'isteria); da allora sono cresciuti assieme.
La affinità tra cinema e psicoanalisi, rappresentazione cinematografica e rappresentazione inconscia, sogno e film, sono state rimarcate infinite volte, così come quelle tra le peculiarità stesse del linguaggio cinematografico e quelle dell'inconscio.
Fin dai primi decenni del secolo scorso molti psicoanalisti, in un'ottica tradizionale di “psicoanalisi dell'arte”, hanno fatto ricorso a film per “esemplificare” costrutti psicoanalitici, o hanno interpretato “psicoanaliticamente” i contenuti dei film o i mondi dei loro autori. Sull'altro versante, sono innumerevoli gli autori cinematografici che si sono ispirati, anche esplicitamente, alla psicoanalisi.
Ma i rapporti tra cinema e psicoanalisi sono stati indagati ben al di là della “interpretazione” dei contenuti. Anzi, negli ultimi decenni, le Bildwissenschaften, le discipline dell'immagine, li hanno più volte chiamati in causa per questioni radicali: la relazione tra parola e immagine, la sfera immaginale come ambito autonomo e originario di produzione di senso (irriducibile a ogni linguaggio
predicativo), le forme storiche del percepire, le condizioni di possibilità figurativa…
Già negli anni ‘20, pensatori geniali come Walter Benjamin, Sigfried, Kracauer o Béla Bal