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«Tutti i dolori possono essere sopportati se li mettiamo in una storia o raccontiamo una storia su di loro»
Mi siedo al tavolo, davanti al PC, ma non riesco a pensare, ancor meno a scrivere. Cerco di raccogliere le idee mentre cammino ma senza successo. Sfoglio qualche pagina e comunque continuo a sentirmi bloccata.
Questo è l'effetto che mi fa il cercare di avvicinarmi a Gaza. Non trovo parole, prima ancora non riesco a ordinare i miei pensieri. Scorrono immagini davanti ai miei occhi, emozioni forti, tra il dolore e la rabbia, si agitano nel mio stomaco, talvolta mi distraggo e mi lascio portare via da tutt'altro. Questo credo avvenga perché ciò che è oggi (ma forse non solo oggi) Gaza è impensabile, indicibile. Palestina e Israele sono per me un luogo dove non si riesce a pensare.
Così mi accosto con una fatica analoga al pensare di scrivere qualcosa su Freud a Gaza. Un testimone auricolare, lo psicoanalista, libro intenso, curato da Marco Francesconi e Daniela Scotto di Fasano, pubblicato da una piccola casa editrice, che ha un nome, Petite Plaisance, che sembra assurdo se accostato agli avvenimenti e ai luoghi a cui il libro fa riferimento.
Devo riconoscere che non ho avuto nessuna difficoltà a leggerlo. Sia perché è un libro che appassiona, pur nella sua complessità, sia perché di Gaza sento continuamente il bisogno di sapere qualcosa, di ascoltare voci e testimonianze, pensieri altrui. Cerco un modo, uno spazio, un'azione che mi aiuti a non sentirmi sola nell'ossessione di questo pensiero, dentro di me così informe ma anche così ingombrante e assordante. È la sensazione che genera il dolore atroce di alcuni pazienti in noi, a cui cerchiamo di dare un senso o almeno di raccontarlo a un o
una collega fuori di noi, per condividerne il peso o, forse, intuirne qualcosa, dalla prospettiva dell'altro. Un altro che può sottrarre ma anche offrire tanto.
Il tentare di pensare a Gaza e a quello che in questo momento Gaza significa, metafora estrema di altri spa