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L'ultima immagine è di Alessandro infervorato nella discussione e contento perché il primo laboratorio freudiano (senza remoto) aveva suscitato l'interesse dei candidati e visto il nostro Centro rianimarsi in ore notturne dopo il letale (e perdurante) svuotamento da Covid.
Sebbene sia stato per certi versi sorprendente, in quanto al di là dell'immaginabile, la diffusa e dolorosa commozione suscitata dalla improvvisa scomparsa, non solo tra i colleghi, ma in particolar modo tra gli allievi di ogni luogo, ordine e grado, mi sono ritrovata a pensare che in realtà ciò abbia delineato e posto in risalto la sagoma di un Maestro. È stato nel trasferimento agli inizi del 2000 da Psichiatria del Secondo Policlinico al Corso di laurea in Psicologia dello stesso Ateneo, Federico II, che la non comune attitudine teorizzante coniugata alla costante dedizione dello studioso, cifre distintive di ogni suo insegnamento, hanno potuto acquistare, finalmente, visibilità attraverso l'unanime apprezzamento degli studenti e la traccia incisavi nel tempo. Presumibilmente, il mutato contesto, la Facoltà di Lettere e Filosofia in cui si è svolto il corso compatto di Psichiatria, è parso più affine alla vasta cultura di Garella che spaziava in molti campi – filosofico scientifico letterario – come nella mitica biblioteca di Alessandria d'Egitto, la cui scomparsa costituisce ancora, come scrive Luciano Canfora, un mistero.
Ben prima che l'intero corpus freudiano fosse disponibile vari anni dopo sul PEP, Alessandro aveva, con la sua genialità informatica, digitalizzato le opere di Freud e generosamente donato ad alcuni di noi questo prezioso strumento di consultazione. L'aspirazione a trattare ogni argomento con un meticoloso lavoro di ricognizione sistematica a tutto campo1 è un tratto peculiare del suo pensiero e della sua scrittura, dispiegatisi mirabilmente, sia nei seminari romani, che nel corso del nostro intenso sodalizio, scaturito dall'interesse per il tema della fine analisi. Quest'ulti