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È un piacere e un onore inaugurare in questo numero la conduzione della rubrica Note storico-critiche, che ebbe inizio nel 1990 con Giovanni Foresti e che, negli ultimi quattro anni, è stata curata da Marina Pierri. La rubrica si avvia con una fortunata ricorrenza, il centenario di un testo fondamentale della dottrina psicoanalitica. Scritto nell'estate del 1925, revisionato a dicembre e pubblicato nel febbraio del 1926, Inibizione sintomo e angoscia rappresenta una pietra miliare e un punto di svolta del pensiero freudiano.
Il continuo ricorso della psicoanalisi al testo freudiano come alla Bibbia è stato paragonato (Laplanche, 1980) all'onnipresenza di Aristotele nei testi medievali e a quella di Marx nel pensiero socioeconomico contemporaneo. Non si tratta tuttavia del ricorso all'autorità di un testo sacro, a un verbo che non può essere messo in questione; quella degli psicoanalisti è piuttosto una vocazione storica, un bisogno di ripercorrere le tappe della loro disciplina a partire dalle sue origini, come se il costante rischio fosse quello di perdere la propria identità. Tale percorso a ritroso contraddistingue la filosofia, specialmente quella post-hegeliana, inestricabilmente intrecciata con la storia del pensiero filosofico, che si dispiega dialetticamente dal bocciolo, al fiore, al frutto. Ma perché la stessa vocazione è propria di una scienza, o di una disciplina, la cui ambizione è il disvelamento dell'inconscio? Laplanche evidenzia come questo andamento a ritroso, anterogrado e retrogrado, progressivo e regressivo, sia costitutivo del metodo psicoanalitico le cui scoperte avvengono in après-coup, non hanno un andamento lineare e seguono piuttosto un movimento a spirale, procedendo attraverso intuizioni che a volte si verificano troppo presto per essere pienamente comprese. Le stesse categorie concettuali che Freud utilizza
per illustrare il funzionamento psichico – ripetizione, rimozione, ritorno del rimosso, après-coup – immettono la psicoanalisi in