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Apre la nostra conversazione con l'arte una riflessione di Louise Bourgeois, artista che ha notevolmente segnato la storia dell'arte contemporanea e forse una delle poche ad aver intrapreso un'analisi su cui torna spesso nell'esposizione della sua opera e nelle interviste che nel tempo ha rilasciato. Bourgeois parla del genio d'artista come di un dono, il dono di essere a proprio agio con l'inconscio e in fiduciosa prossimità alle percezioni più profonde della vita interna. «Sono stata all'inferno e di ritorno, e lasciatemi dire, è stato meraviglioso» scrive provocatoriamente e seduttivamente sulla tela che diventerà una delle sue creazioni più iconiche e conosciute (Bourgeois, , Untitled – lavoro tessile)1. Scorrendo il catalogo delle sue opere, non può sfuggirci che la materia dell'analisi e dell'artista siano simili al punto da essere per certi versi sovrapponibili: la sessualità, il corpo, il desiderio, le forze, la sensibilità, il conflitto edipico, il lutto, la ripetizione e così via.
«My subject is the rawness of the emotions, the devastating effect of the emotions you go through. The materials are my medium. They are there to serve me, I'm not there to serve them. I am not there to express beauty of the grain of wood. To heck with it. Everybody does that. They go gaga about the beauty of the stone.
«I have been to hell and back. And let me tell you, it was wonderful» (Bourgeois, 1996, Untitled – Canvas).
I am not interested in the beauty of the stone. I take that for granted. I repeat: I am trying to express the devastating effect of the emotions you go through. This is my subject. Rawness is an understatement»2 (Bourgeois, 2015, 242).
Non siamo poi così lontani dalla lettura classica che Freud ci offre del lavoro d'artista. Ad esempio, nelle Precisazioni sui due principi dell'accadere psichico (1911), dove scrive che «l'artista è originariamente un uomo che si distoglie dalla realtà giacché non può adattarsi a quella rinuncia, all'appagamento delle pulsioni